Non si può salire sempre

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Euforia finché si vuole, però non si può salire ogni giorno.

Euforia finché si vuole, però non si può salire ogni giorno. Finalmente ieri, anche sui mercati americani, sempre soggiogati dalle promesse fiscali di Trump, si sono affacciate le prime timide prese di beneficio, che hanno consegnato la prima giornata con il segno meno finale, anche se appena accennato, per SP500 e Nasdaq100. Ma non per il mitico Dow Jones, che si è ancora confermato come l’indice più tonico, ed ha chiuso in lieve progresso. Le vendite non hanno comunque impedito a tutti e 3 i principali indici azionari USA di mettere a segno ancora un massimo storico e portare il conteggio dei record consecutivi a 6 per Dow Jones e SP500, e  addirittura a 8 per il Nasdaq100. La necessità di una pausa anche sull’azionario è stata anticipata dai forti livelli di ipercomprato raggiunto dai principali indicatori di eccesso, come ho evidenziato nei giorni scorsi, ed anche da fatto che il dollaro, nonostante la messe copiosa di buoni dati macroeconomici che abbiamo visto negli ultimi giorni, non sia riuscito ad accelerare ulteriormente al rialzo rispetto alle principali valute. Il Dollar Index, che esprime la forza della valuta USA rispetto ad un paniere delle principali valute mondiali, dopo una prima parte di febbraio passata tutta al rialzo ed aver raggiunto mercoledì mattina quota 101,71, ha poi cambiato direzione e ieri ha proseguito la correzione, riportandosi a 100,50. Il comportamento anomalo del dollaro, che tradizionalmente riflette la forza dei fondamentali economici ed è anche abbastanza correlato all’andamento del mercato azionario USA, deve aver seminato qualche perplessità tra gli investitori, stimolando qualche presa di profitto.

Guardando i mercati europei, abbiamo ancora una volta assistito ad una maggior incertezza e volatilità rispetto ai mercati americani. Ieri hanno segnato un calo ben maggiore di quello registrato da Wall Street, benché in questo 2017 siano saliti assai meno. Ha fatto eccezione il nostro indice, che però era sceso in controtendenza il giorno precedente.

La debolezza europea si constata in modo evidente se fotografiamo alla chiusura di ieri sera il risultato parziale del 2017 fin qui conseguito. Per Eurostoxx50, l’indice delle blue chip dell’Eurozona, da inizio anno il progresso è minimo (+0,54%).  In cima alla lista delle performance dei singoli mercati europei principali troviamo il tedesco Dax (+2,4%), l’AEX olandese (+2,2%), l’IBEX spagnolo (+2,17%).

A metà classifica il francese Cac40 (+0,76%) e l’indice belga (+0,36%). I peggiori, e addirittura negativi, sono stati il nostro Ftse-Mib (-0,76%), e l’ASE greco (-2,21%).

Non è forse un caso che le migliori borse europee siano quelle di paesi che hanno un tasso ci crescita più alto, mentre gli indici più sofferenti siano quelli dei paesi più indebitati ed instabili politicamente.

Ben diverso è il film che si gira negli USA, dove nello stesso periodo le performance brillano in modo eclatante: Dow Jones +4,34%, SP500 +4,84% e Nasdaq100 +8,99%.   

Desta ora qualche preoccupazione, per i rialzisti europei, il fatto che neanche l’impulso degli ultimi giorni sia riuscito a migliorare il record dell’anno, né per il Dax tedesco, né per Eurostoxx50. Quest’ultimo indice anche ieri ha fallito l’attacco ad un livello che si sta rivelando la sua bestia nera, cioè quota 3.334. Raggiunto il 3 gennaio scorso, ha respinto il mercato una prima volta. Nuovamente toccato il 25 gennaio e per qualche minuto superato il giorno seguente, ha di nuovo provocato la vistosa correzione di fine gennaio. Riacciuffato mercoledì scorso, ieri ha nuovamente respinto indietro l’indice europeo e, se oggi non vedremo una pronta riscossa, rischia di generare un triplo massimo che potrebbe causare come minimo un ritorno sui valori di fine gennaio, in area 3.230.

Le cose vanno meglio agli spread dei paesi più indebitati ed instabili, che ieri hanno beneficiato, riducendosi, della pubblicazione delle minute dell’ultima riunione BCE, dove, per gli acquisti di titoli pubblici nell’ambito del piano di Quantitative Easing da 60 miliardi al mese, sono stati previsti temporanei scostamenti dalla cosiddetta capital key, cioè la regola che impone in via generale di dosare gli acquisti sui singoli stati emittenti in base alla percentuale di partecipazione di questi stati al capitale della BCE. Scostamenti da questa regola significano possibilità di comprare maggiori quantità di titoli più “sofferenti”, bilanciate da minori acquisti di titoli emessi da stati più solidi.

Il mercato ha subito letto la novità in modo favorevole a Italia, Spagna e Francia, cioè i paesi con lo spread che nelle ultime settimane ha sofferto di più, ed è andato a ridurli, anticipando le mosse della BCE. E’ ovvio che gli scostamenti dalla regola aurea possono essere solo temporanei, ed il sollievo agli spread lo sarà altrettanto.

Ma intanto è bastato a dare un po’ di ossigeno all’obbligazionario più rischioso.

 


Fonte: Trend-Online.com

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