Greggio: possibili altri tagli da Opec. Ma non tutti ci credono

Giocare in borsa - immagine articolo

Da un lato l'Opec taglia la produzione come da accordi di fine 2016, dall'altra gli Usa aumentano l'output: chi vincerà alla fine?

Dopo una mattinata piuttosto debole ma comunque non drastica, Piazza Affari ha virato nettamente spostandosi su un territorio pesantemente negativo, tanto che già intorno alle 11.30 il passivo si aggirava sul punto percentuale. Una prima speranza veniva data al Ftse Mib dai titoli oil e dalle prospettive di un aumento dei tagli decisi dall’Opec. 

I tagli previsti dall'accordo

Numeri alla mano si parla di un future sul Light Crude a 53,41 dollari, mentre il Brent viaggia a 56,08 dollari al barile in rialzo rispettivamente dello 0,09% e dello 0,14%. Il risultato è stato favorito anche dagli ultimi dati resi noti dal bollettino Opec riguardanti la riduzione della produzione di gennaio di 890 mila barili al giorno, il che porta a una quota complessiva pari a 32,14 milioni di barili al giorno (MBG). Sulla base di una serie di tagli in linea con gli accordi e quindi il proseguimento dell’Intesa secondo la road map prestabilita, ha fatto ritrovare la fiducia verso la coesione interna circa il rispetto degli impegni presi dall’Organizzazione dei produttori di petrolio. Non solo, ma questi, a loro volta, in caso di permanenza dell’eccesso di offerta, potrebbero aumentare l’entità dei tagli alla produzione. Ma si tratta di una fiducia estremamente labile dal momento che se da una parte l’Opec continua a tagliare ed è riuscita a raggiungere il 93% del target preposto dagli accordi, pari a 1,2 milioni di barili in meno sulla media di novembre 2016, dall’altra il nemico statunitense procede a grandi passi per occupare le nicchie di mercato lasciate libere dall’Organizzazione.

I numeri che arrivano dagli Usa

L’ultimo dato sulle scorte di greggio parlano di un aumento che supera i 9,5 milioni di barili con un saldo complessivo pari a 518,1 milioni con un aumento settimanale di 1 milione al giorno dell’export, voce nuova per Washington che, con la rivoluzione dello shale oil, è diventata, oltre che “energeticamente autonoma” (sebbene importi ancora oltre 7 milioni e mezzo di barili dall’estero), anche nazione esportatrice. In particolare verso il promettente mercato asiatico. Un trend che conferma il paradosso di un ritorno delle società petrolifere Usa su un mercato dal quale le grandi compagnie, grazie alla razionalizzazione dei costi e all’ottimizzazione della resa tecnologica, possono trarre profitto già con un barile a 30 dollari mentre quelle media si fermano a 50, livello già superato e che promette di restare tale ancora per diverso tempo a meno di gravi shock. In altre parole la strategia dell’Arabia Saudita, che per il momento è quella che si è accollata la maggior parte dei tagli previsti, sembra aver creato un rialzo delle quotazioni del greggio che, per il momento, resta a favore solo (o quasi) degli Usa. L’attenzione, a questo punto, è tutta per la prossima riunione Opec che si terrà il prossimo 25 maggio: in quell’occasione i 13 paesi membri potrebbero avere non solo uno spettro di dati e un range altrettanto ampio per valutare se estendere o meno il piano di tagli alla produzione ma anche il mercato potrà capire come si sta evolvendo una situazione al momento ancora difficilmente decifrabile. Intanto a Piazza Affari i titoli del settore Oil  non riescono ad approfittare del momento e seguono la corrente negativa del Ftse Mib: Eni alle 12.30 registrava un passivo dell’1,46%, Enel a -1,05%, Tenaris -1,32% 

 


Fonte: Trend-Online.com

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