Attenti: il Retail va in bancarotta. E se scappa pure Buffett...

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Per l'industria del retail, messa in ginocchio dalla concorrenza dell'e-commerce, si prepara una stagione di pesanti ristrutturazioni e fallimenti.

Orde di adolescenti attaccate agli schermi dei loro smartphone e tablet per consultare i cataloghi di siti specializzati in abbigliamento, come Asos o Wish. Padri a caccia dell'ultima offerta sul telefonino. Lettori che se ne infischiano della buona, vecchia libreria sotto casa e si fanno mandare direttamente a casa i libri da Amazon, quando non scelgono di acquistarne direttamente la versione ebook.

Risultato: le grandi catene della distribuzione al dettaglio rischiano di sostituire nel 2017 l'industria petrolifera nel ruolo poco invidiabile di settore a rischio bancarotta.

A lanciare l'allarme sono i dati delle agenzie di rating e gli analisti di settore, che confermano il pesante impatto della concorrenza dell'e-commerce sul comparto retail americano: la grande ondata delle vendite online, che ha già ha modificato le abitudini dei consumatori allontanandoli sempre più dai negozi fisici, minaccia infatti di innescare nel 2017 e nel 2018 una catena di fallimenti e ristrutturazioni. 

Un futuro piuttosto fosco

I segnali di un clima in via di peggioramento ci sono già, come dimostrano i ripetuti casi negli ultimi tempi di aziende che hanno fatto ricorso alle norme di tutela dal dissesto finanziario.

Tra gli ultimi, c'è il caso di Eastern Outfitters, proprietaria dei marchi Eastern Mountain Sports and Bob’s Stores, che ha dovuto avviare la settimana scorsa le procedure per una ristrutturazione societaria sotto le tutele del Chapter 11 della normativa fallimentare statunitense, e prima ancora quello della società The Limited, andata in bancarotta il mese scorso e costretta a chiudere tutti i suoi store. 

L'incognita debito

Si tratta tuttavia solo dei primi avvertimenti di un fenomeno che potrebbe presto coinvolgere in maniera ben più pesante il settore, costretto a reagire alla trasformazione in atto, che richiede importanti investimenti, da una posizione finanziaria piuttosto complicata: il settore retail nel suo complesso aveva a dicembre scorso 38,9 miliardi di indebitamento, e le principali agenzie di rating hanno via via peggiorato i loro outlook sui player del comparto.

Il sito finanziario MarketWatch ricorda che la lista di Fitch dei "Bonds of Concern” è piena di nomi dell'industria retail, e l'agenzia prevede adesso che il tasso di default del settore balzerà nel 2017 al 9%, rispetto all'1% degli ultimi 12 mesi.

Una situazione difficile registrata anche nell'ultima nota di Charlie O’Shea, analista di punta per il settore retail dell'agenzia Moody’s: in questo momento la società di rating copre ben 19 società dei settori grande distribuzione con un rating del credito Caa o inferiore e registra "il più alto numero di nomi del retail e dell'abbigliamento in difficoltà dai tempi della recessione". 

Segni dei tempi

Il segno della fine di un'epoca è la forte difficoltà del gigante Wal-Mart Stores. La società, cresciuta in maniera esponenziale dagli anni settanta al 2000, è diventata nel tempo la più grande catena americana di supermercati. Ma adesso fatica a stare al passo della grande transizione che ha portato alla ribalta il fenomeno Amazon.

Per rispondere alla minaccia, l'azienda ha da tempo messo in campo una impegnativa campagna di investimenti, dall'acquisizione multimiliardaria un anno fa di Jet.com alle ultime mosse di questi giorni, come l'accordo con la piattaforma online CarSaver per vendere auto nei propri centri o l'acquisto di Moosejaw, retailer che realizza gran parte del proprio fatturato proprio online, dove vende circa 400 brand di abbigliamento e footwear. 

Ma ritrovare la fiducia degli investitori e del mercato non sarà impresa semplice. Ne è prova la notizia di questa settimana, secondo cui nel quarto trimestre 2016 anche la Berkshire Hathaway di Warren Buffett ha tagliato pesantemente la propria partecipazione nel titolo Wal-Mart, scesa da 12,97 milioni a 1,39 milioni di azioni.

Chi rischia di più

Se tuttavia Wal-Mart ha abbastanza potenza di fuoco per invertire la rotta, chi rischia davvero di soccombere sono tutte quelle società che non avranno risorse e flessibilità finanziaria a sufficienza per adattarsi al nuovo contesto e adottare i cambiamenti necessari.

“Molti retailer possono sopravvivere a un anno cattivo" dicono gli analisti della società di ricerca Debtwire, “ma diventa un problema quando metti in fila un certo numero di anni cattivi." E inevitabilmente "per alcuni, se il modello di business non è sostenibile, un taglio del debito potrebbe non essere abbastanza per farcela".

Ci mancava anche Trump

Se tutto questo non bastasse, a complicare le cose adesso ci si è messo pure il nuovo presidente, con la sua minaccia di una tassa di "rettifica alla frontiera" sui beni che entrano negli Stati Uniti.

Le nuove misure rischiano di dare un ennesimo colpo all'industria, visto che i retailer sono grandi importatori: le catene di abbigliamento ricevono dall'estero quasi il 98% dei loro prodotti.

Non è un caso quindi se un gruppo di CEO di nomi di peso come Target Corp, Best Buy, Gap e AutoZone, hanno deciso di dare fronte comune, recandosi mercoledì scorso a Washington per spiegare a Trump, e ai leader del Congresso, la loro contrarietà ai dazi per le merci in ingresso.

Ma anche per dirgli che la border tax potrebbe essere l'ultima, pesante mazzata per un settore già con l'acqua alla gola.


Fonte: Trend-Online.com

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